Intelligenza erogativa. Ripensare il sostegno al terzo settore ai tempi dell’intelligenza artificiale

Il dibattito all’interno e tra le organizzazioni di terzo settore in questa fase storica è densissimo.

Non soltanto in riferimento ad un nuovo ruolo e alle relative sfide che la fase storica più che mai complessa richiede ma anche rispetto a nuove necessarie letture interpretative di un contesto in rapidissima mutazione. Risorse umane, competenze, impatto, ricerca fondi sono solo alcuni degli elementi stravolti dal flusso di una nuova era, quella in cui è facile constatare cosa non vale più, ma ben più difficile intuire come prepararsi all’imminente futuro.

Se il mare in superficie appare increspato d’onde, in fondo le correnti spingono forte e in direzioni contrapposte disorientando soprattutto i suoi piccoli abitanti.

Coordino da diversi anni una piccola, grande organizzazione non profit a Palermo, sono animatore di diverse esperienze di imprenditoria sociale passate, presenti e spero future che mi regalano ogni giorno la possibilità di immergere le mani nell’operatività, tra le pieghe e le sfumature di un lavoro appassionante ma pieno di paradossi.

Aver il privilegio di vivere alle radici, lì dove le macro politiche incontrano e scontrano la realtà dei fatti, dove si sperimenta il vero punto di caduta delle scelte prese in alto, significa in questa fase storica, espedire il disallineamento tra chi dall’alto detta le regole e chi alla base anima un costante processo adattivo per sopravvivere agli effetti.

In questo scenario la dimensione competitiva, che nell’ultimo secolo ha prevalentemente regolamentato la modalità con cui pubblico e privato hanno organizzato l’accesso ai contributi per il settore non profit, rappresenta la parte emersa di un iceberg che persa la rotta, naviga verso lo scioglimento.

Il bando, massima espressione dell’impianto sopra citato, il sistema di valutazione e selezione ancora oggi più diffuso da soggetti erogatori, è di fatto morto, anche se mi verrebbe da titolare, non ne è stato ancora dato l’annuncio.

Ma quali sono le cause? Vorrei poter dire che l’avanzamento culturale portato avanti da diverse figure illuminate che hanno ispirato e segnato la via per un cambio di paradigma sia alla base del fatto, e sicuramente in parte cosi è. Ho letto, riletto e fatto lunghe chiacchierate in questi anni con persone meravigliose che ogni giorno, con tenacia, si battono per dimostrare l’inadeguatezza di un sistema di valutazione per bandi fondato su dannose competitività e misurazioni di asettiche liste di attività. Tutto ciò in favore di un’alternativa che ha come base la rideterminazione di un patto collaborativo tra sostenitori e sostenuti.

Ma è un virus, a mio parere il dirompente agente di cambiamento ultimamente intervenuto ad uccidere l’attuale, ormai obsoleto sistema. Un agente privo di etica e desiderio di cambiamento, acritico verso il sistema, rivoluzionario nel senso meno politico del termine.

Niente come l’AI generativa fino ad oggi aveva così tanto stravolto il modo di organizzare ed immaginare il nostro lavoro. Un fiume di progresso che corre ad una velocità impressionante, capace di rendere passato in poco tempo ciò che oggi ci appare incredibilmente futuristico. Era ieri l’era di ChatGPT capace di risolvere in poche ore esercizi compilativi, riassuntivi e di traduzione con una certa precisione, è l’era di Claude di Anthropic, degli AI Agent e degli addestramenti in un ulteriore salto temporale che sappiamo durerà poco.

È la connessione tra sistemi, la capacità di reperire, immagazzinare, estrarre e rielaborare, utilizzando un registro simile a quello del suo “istruttore” project manager, la possibilità di analizzare con la velocità di un soffio migliaia di riferimenti normativi, di compilare, valutare, aggiustare, rivalutare, incrociare e migliorare all’infinito ciò che rende, diciamocelo chiaro, il sistema attuale di valutazione definitivamente morto.

L’evoluzione dell’AI oggi è già un uragano e nessuno può immaginare cosa potrà essere da qui al prossimo settennato.

Certo, lo smantellamento di USAID negli Stati Uniti, la riprogrammazione di risorse europee verso il riarmo e la crescita di un settore sempre più capace ed organizzato avevano già negli ultimi anni contribuito ad affollare il campo, a cambiare velocemente le regole e ridefinire già confusi perimetri senza consegnare, a noi addetti ai lavori, mappe con cui orientarci.

Il sistema è già saturo, e chi impiegava due anni fa un mese o poco più per preparare una proposta progettuale, oggi impegna una settimana garantendo uno standard qualitativo incredibilmente più alto. Nei rimanenti giorni, piuttosto che riposarsi, produce altre proposte altrettanto valide che contribuiranno ancor più ad ingolfare una macchina obbligata a quintuplicare il proprio organico di valutatori e triplicare i tempi di risposta piuttosto che concentrarsi sulle vere esigenze di mandato.

Tutto ciò con una progressione in numeri, tempi e qualità che rende ovvio l’imminente blocco di un sistema che dovrà presto valutare chi sono i primi della classe, in una classe in cui tutti e tutte sono già primi/e.

Se è vero che la possibilità di sperimentazione nel pubblico potrebbe trovare alibi nei vincoli normativi di trasparenza e rendicontazione della spesa, il privato, più libero sul fronte, potrebbe svincolarsi e adottare formule più funzionali ad un terzo settore che tra fidejussioni e iper-burocratizzazione vive la condizione del colpevole fino a prova contraria.

L’AI ha comunque anche su questo campo portato a capolinea la discussione, superando l’interessante dibattito con l’archiviazione, ormai prossima,di un sistema che non può far altro che cercare l’alternativa.

Nel privato della filantropia erogativa un esempio di quanto sopra sostenuto è quello rappresentato dal bando ACT promosso dalla Fondazione Unipolis che proprio in questi giorni annuncia un aumento delle proposte ricevute rispetto all’edizione del 2025 di ben il 47%. Ben 1.046 candidature per circa 3 progetti fortunati. Un rate di approvazione dello 0,29%, possibilità simile a quella di fare un ambo al gioco del lotto ufficialmente stimato in 0,25%.

Li definisco progetti fortunati perché stento a credere che tra più di mille proposte ne esistano tre oggettivamente migliori delle altre, se non in relazione a particolari sensibilità o gradimenti dei soggetti valutatori e di quelli finanziatori. Perché non individuarli direttamente allora e co-progettare insieme a loro gli interventi?

Potremmo dire che prendersi questa responsabilità, oltre premiare i vincitori, tutelerebbe anche la salute dei possibili 1043 soggetti scartati e indeboliti che dovranno fare la conta delle migliaia ore di lavoro gratuite messe in campo?

Se nel privato, tra il mondo della filantropia erogativa nazionale ed internazionale ci si interroga sperimentando modalità di erogazione alternative se non addirittura virtuose, il pubblico resta con il suo modem a 56k ad osservare. I programmi Europei, attraverso dati e numeri su questo tema raccontano con grande evidenza ciò che sta accadendo.

Anche qui il dibattito interno al settore è accesissimo e lo scambio di telefonate tra addetti ai lavori, nella speranza di capirne qualcosa è intensissimo. Qualsiasi organizzazione impegnata in questi anni su programmi e call centralizzate dei cari Erasmus+, CERV, Amif o Horizon sa come si sia passati in tempi rapidissimi da livelli altamente competitivi a percentuali di ottenimento da lotteria.

Alcuni dati relativi al programma CERV (Citizien, Equality, Rights, Values) raccontano per specifiche call, come, nonostante cospicui aumenti di budget, si sia passati da rate di approvazione del 47% nel 2021/22 ad altri del 6% per il 2025. Un terremoto per un sistema che vista l’incredibile progressione numerica e qualitativa di proposte impeccabili, candidate ad ogni nuova call, si avvia velocemente verso il collasso.
A cosa serve dunque oggi valutare asetticamente un puro esercizio di stile, reso perfetto da un intelligenza artificiale, quando basterebbe sviluppare un processo di conoscenza diretta sul campo dei possibili attuatori ?

Come è possibile dar valore e mettere in salvo le organizzazioni che in questo schema denso di performance e kpi hanno investito nelle vere relazioni con il territorio, nella la complessità dei vicoli nei quali lavorano, nelle sfide trasformative piuttosto che su un’ architettura a base di procedure e burocratese.

Come spesso sostengo, basterebbe una passeggiata di un’ora nel quartiere in cui un’organizzazione opera per capire molto più di quanto un formulario di 70 pagine possa mai essere in grado di trasferire.

È il momento di cambiare le regole del gioco e dimostrare il valore dell’alternativa a quel turbo capitalismo competitivo che ci ha affamato in questi anni per adottare una nuova visione capace di mandar in pensione i progetti e fondata su programmi di lavoro condivisi, rapporti di fiducia, spazi collaborativi e confronti costanti.

La partita è aperta, ammesso che si riesca a giocarla.